la citazione del venerdì

cit.JPGQuesto è l’incipit di “novantaquattro”: una riflessione scritta al bar di un aeroporto per una sequenza che sta nella seconda parte del romanzo.

Poi però mi pareva sprecata lì, verso pagina 400 e rotti, dove magari nessuno ci sarebbe mai arrivato. E allora ho pensato che valesse la pena tirare una delle cartucce migliori subito all’inizio (così poi uno è costretto a leggersi quasi tutto il romanzo per scoprire come va a finire…)

citazione agrodolce

Una breve citazione agrodolce da novantaquattro:

Si erano lasciati così, amaramente, come alla fine di una di quelle commedie indipendenti americane dove per tutto il tempo non succede mai realmente qualcosa e dove c’è sempre una morale agrodolce, magari con un brano degli Smiths in sottofondo che lascia lo spettatore a pensare, mentre scorrono i titoli di coda, che forse avrebbe potuto andare diversamente…

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le vecchie cassette, estratto da “novantaquattro”

Dani aveva rapidamente sbaraccato il tavolo da squadre e compassi con l’animo più sollevato. Era passato da tecnica a storia così come da Non è la Rai era passato a Videomusic. Mentre stava girando le pagine del libro usato pieno di insopportabili sottolineature di interi paragrafi con l’evidenziatore rosa, la sua attenzione era stata subito dirottata dal riff di chitarra del video che stava andando in onda. Sullo schermo c’era un tipo che camminava con il volto sfocato; la telecamera traballava come se l’operatore fosse ubriaco. Poi lo stacco di inquadratura in bianco e nero di una cassa da morto e di nuovo sul tipo che camminava, questa volta inquadrato di fronte. Indossava una maglietta gialla, anzi una maglietta a maniche lunghe gialla e sopra una dello stesso colore ma a maniche corte.

“Figata… devo farlo anche io.” Aveva detto Dani ad alta voce perché le sue orecchie recepissero a pieno il suo pensiero.

novantaquattroPoi il tipo si era tolto fisicamente l’effetto che gli stava sfocando la faccia come fosse un cappuccio e aveva iniziato a cantare. Assomigliava al cantante dei Nirvana, stesso taglio di capelli, ma non erano i Nirvana quelli, e poi la faccia di Blake Bain la conosceva bene. Il video era assurdo: il biondo faceva cose strane, trascinava la bara nel bosco e aveva un copricapo indiano. Poi altro stacco su di un auto da corsa tipo Nascar, ma auto vecchie, anni settanta, poi di nuovo su quella cazzo di bara, stavolta in piedi: il coperchio si era aperto e ne era uscito un vecchio con la chitarra piena di adesivi. Sembrava un barbone e stava facendo finta di suonare. Era chiaro che non sapeva nemmeno dove mettere le mani. Poi era partito il ritornello. Assurdo: adesso c’erano due tipe impegnate in una specie di coreografia dentro un cimitero e poi ancora il tipo che stava canticchiando poco convinto, con un berretto colorato in testa e gli occhiali da sole.

Stracrasto il berretto, altro che quel cavolo di cappello con le orecchie che ho io… aveva pensato Dani.

Poi il ritornello della canzone già al secondo passaggio aveva iniziato a girargli in testa domandando spazio alla foto mentale di Flors.

Soy un perdedor… i’m a loser baby, so why don’t you kill me?

Dani era reduce da un bel voto in inglese e senza fatica aveva colto il significato delle parole; era la prima volta che riusciva a capire al volo il significato di un brano in inglese solo ascoltandolo, senza bisogno di andare a cercarsi il testo su qualche libro nel garage di Cristiano o direttamente nel database mentale di suo cugino, più potente di un 386.

Sono un perdente baby, allora perché non mi uccidi? Ecco che cosa avrebbe dovuto dire a Flors dopo averla centrata con una pallonata.

Dani aveva aspettato con ansia la fine del video per leggere in sovrimpressione titolo del brano e nome dell’artista: due parole – Beck, Loser. Album Mellow Gold.

Aveva deciso immediatamente di lasciare l’Italia poco prima che il nemico irrompesse a Caporetto (erano indietrissimo con il programma) per correre in camera. Troppe cose da fare e troppo poco tempo. Aveva aperto l’armadio sicuro che da qualche parte ci fosse una maglia a maniche lunghe, magari riciclata, di quelle che a suo papà non andavano più bene. Maglia corta sopra maglia lunga: aveva deciso che quella sarebbe stata la sua nuova divisa. Jeans e poi Airwalk.

Aveva aperto il cassetto del comodino dove teneva i soldi raccattati da paghette varie, resti di sigarette comprate per la mamma al negozio sotto casa e cento lire. Totale sedicimila trecentocinquanta lire. Ancora troppo pochi per comprare la cassetta, e poi figurati se lassù, dove a malapena arrivavano i film in prima visione dall’America, il negozio di dischi ce l’aveva. Era una roba troppo alternativa perché si potesse spingere fino a quei lidi lontani. Ma forse Cristiano ce l’aveva e per una volta Dani non si stava trovando nella scomoda posizione di dover temere il suo giudizio a fronte di un palese interesse per un gruppo o un artista che suo cugino avrebbe bollato inesorabilmente come commerciale.

musicassette

Ma la decisione di sterzare di netto e di rivedere le proprie scelte stilistiche andava portata fino alle estreme conseguenze. Diventare grandi non voleva dire soltanto prendere a calci nelle palle uno che ti ha rubato la bici oppure iniziare a vestirsi come Beck. Fondamentale era anche un po’ di autocritica; e così, intenzionato a fare pulizia, si era avvicinato al ripiano dove teneva tutte le cassette, quasi esclusivamente pirata. Sembrava Paolo appena riavutosi dal trip sulla via di Damasco. Un uomo nuovo. “Masini Marco è stato un piacere. Carboni Luca… va beh dai, però Luca Carboni… no, bisogna essere forti, ciao anche a te. Questa cos’è? Oddio… Francesco Salvi, ma come faccio ad avere sta roba? Elio e le storie Tese li tengo, ovviamente. Gli 883? Mmmh… no dai li tengo… se vedi una che in meno di un mese esce con due diversi è una troia è una troia… no dai non si possono eliminare, Max Pezzali uno di noi…

“Ruggeri?” Si era domandato a voce alta Dani.

“Ruggeri era figo con i Decibel, adesso ha rotto il cazzo…” Un diavoletto con le sembianze di Cristiano gli era apparso per ammonirlo.
“Ma sì, anche Ruggeri via…”

Ovviamente Dani buttava il cartoncino con il titolo dell’album e dei brani in esso contenuto, le cassette le avrebbe riciclate per della musica più adatta al suo nuovo status di teenager.

I cantautori aveva saggiamente deciso di salvarli tutti: Battiato, De Gregori, Guccini, Tenco e Rino Gaetano erano il background che aveva accompagnato ogni viaggio in macchina di media lunghezza e anche Cristiano li riteneva imprescindibili.
Aveva salvato per il rotto della cuffia pure Vasco, ma solo fino a Gli spari sopra: perché secondo gli insegnamenti di Cristiano tutto quello che aveva prodotto dopo era soltanto cacca allo stato liquido.

 

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Nevermind, e sono 25..

Forse ci siamo sbagliati ad interpretare il calendario Maya, forse non era il 2012 l’anno da tenere a mente (o forse siamo tutti morti e non ce ne rendiamo conto come in una serie tv ambientata su un isola). Forse i Maya volevano indicarci questo 2016 come anno da vivere pericolosamente fino al 22 dicembre. Ne sono successe, eh?
Ogni giorno qualcosa di nuovo, e ogni giorno se ti guardi indietro c’è un anniversario di morte, di nascita, di un accadimento che oggi nel 2016 trova un suo anniversario tondo, da celebrare.
Ieri sono stati i 100 anni dalla nascita di Aldo Moro, oggi i 25 dell’uscita di Nevermind, non so se mi spiego.
Mentre scrivo lo sto ascoltando su Spotify a tutto volume, attraverso i cuffioni della Beats, in una versione DeLuxe, ma sembra ieri che lo registravo su una cassettina pirata da un’altra cassettina pirata: lato A e lato B, il primo finiva con Drain You e il secondo iniziava con il giro di basso di Lounge Act. Tempo dopo ho scoperto che la foto famosa del bambino nella piscina che cerca di afferrare il dollaro era la copertina dell’album e non la stampa di una maglietta all’ultima moda.
Credo di averlo consumato quel nastro (soprattutto il lato A) nel walkman e poi nello stereo della macchina agli esordi al volante.
Quando l’ho ricomprato in versione compact disc con mio sommo disappunto ho scoperto che non c’erano i testi, e allora sono andato a recuperarli su un libretto con la traduzione italiana (molto, molto approssimativa) a fronte. Lì ho capito che l’inglese andava imparato sul serio.
Nevermind era un bellissimo titolo: anche se non avevo idea di che cosa volesse dire suonava bene, e poi dovevi stare attento a quando lo diceva alla fine di Smells Like Teen Spirit (a proposito di titoli abbastanza riusciti) per fare finta che ne sapevi, anche se poi il ritornello si finiva sempre a sbiascicarlo saltellando e pogando contro nessuno come nel videoclip.
L’attesa che passasse su MTV o affini era snervante perché sapevi che appena ti saresti distratto un attimo lo avrebbero trasmesso.
Oggi basta andare su YouTube e riguardartelo quante volte vuoi il video di Smells Like Teen Spirit, e Nervermind te lo puoi ascoltare gratis (al costo di qualche spot fra un brano e l’altro) e se proprio vuoi fare finta che sia ancora il 1991 basta andare a ricomprarti il vinile, come ho fatto io, che in attesa della pensione, quando mi comprerò un impianto stereo con giradischi prodotto non più tardi del 1988, ho iniziato a collezionare tutti i vinili dei miei album preferiti, per riascoltarmeli un giorno, dopo averli accarezzati e annusati.
Ma per oggi Nevermind lo ascolto ancora in digitale.
Buon venticinquesimo compleanno..

il primo giorno di scuola

L’esordio al liceo di un ragazzino degli anni novanta…

tratto dal mio romanzo novantaquattro edito da Nativi Digitali Edizioni

 

“Ehi…oh, primino!” Una gamba infilata in un jeans strappato e un anfibio marrone si erano parati come una sbarra davanti a Giamma. Due ragazzi di età indefinita, ma decisamente più grandi, sedevano sui gradini quasi in mezzo al passaggio: uno aveva una coda di cavallo e lo sguardo perso nella Gazzetta, l’altro i capelli più corti e uno degli incisivi scheggiato. Quest’ultimo era quello che aveva bruscamente interrotto la scalata di Giamma verso la prima superiore.

primo-giorno-di-scuola

Se l’era immaginata mille volte quella prima mattina: aveva tentato di prevedere il peggio del peggio, senza considerare nemmeno per un istante la possibilità di fare affidamento sulla protezione di qualche ragazzo più grande che conosceva per ragioni calcistiche o musicali nella vita reale. Ma la scuola era un’altra storia: non è che solo perché sei in confidenza con uno di quarta ti puoi permettere di sentirti esentato da sberleffi e pseudosoprusi, cui nemmeno uno che di certo non passava per essere uno sfigato come Giamma poteva sfuggire. Quindi era con una certa rassegnazione che aveva acceso il motorino quella mattina, già condita da un fresco pungente, per il suo primo giorno di liceo.

C’era un abisso fra la terza media e la prima superiore, e allora papà Mancinelli, per evitare che Giamma ci finisse dentro nel tragitto casa scuola, gli aveva regalato un fiammante F12 Phantom grigio metallizzato. Giamma si era fatto forza quella mattina mettendo in moto, pensando che almeno avrebbe fatto un ingresso al liceo con un minimo di dignità, nulla a che vedere con il povero Ste, accompagnato in macchina da sua mamma fino davanti al cancello: tipo come farsi menare il primo giorno.

Giamma, Ste, Vale e Flors, i reduci della terza F rifluiti in una nuova prima A si erano dati genericamente appuntamento in classe. Ognuno per sé e Dio per tutti. Dani invece era da solo, dall’altra parte della città.

“Oh primino, fai un’opera buona… prendimi un caffè alla macchinetta, corri va…”

Il tono di voce di proprietario della gamba non aveva lasciato spazio a dubbi interpretativi. Giamma aveva afferrato di buon grado le duecento lire che il tipo gli aveva passato: se non altro non avrebbe dovuto pagarglielo lui il caffè.

Primo problema: dove diavolo è la macchinetta?

Giamma aveva varcato la soglia guardandosi intorno alla ricerca di qualche faccia conosciuta o di un cartello che gli indicasse la via. Gli era andata anche meglio: l’oggetto della sua ricerca si trovava proprio davanti a lui nell’atrio accanto alle scale.

Secondo problema: come diavolo si usa una macchinetta del caffè?

Ok, chiaro che non ci voleva un dottorato in astrofisica, ma per uno abituato alla moka già caricata e pronta sul fuoco, quell’insieme di numeri e sfumature di tutto quello che si poteva mischiare e allungare con un po’ di caffè in polvere era assai destabilizzante.

Ragioniamo: con duecento lire il campo di restringe, cioccolata, cappuccino e mocaccino costano 250, e poi comunque il tipo mi ha chiesto solo un caffè, anche se solo è una parola grossa… espresso, ristretto o macchiato?

“E sticazzi…” Aveva detto Giamma sottovoce, mentre si stava immaginando gli occhi impazienti del tipo sulle scale fissi su di lui.

“Oh, hai fatto?”

Terzo problema: una ragazza dai capelli neri legati e arrotolati sulla nuca gli aveva sorriso con educazione e una punta di impazienza.

novantaquattro“Ah, sì quasi…” Aveva risposto Giamma ancora titubante mentre soppesava la moneta che aveva in mano come fosse la sua ultima vita a Super Mario.

“Guarda che è solo una macchinetta del caffè, mai usata prima?”

“Ma io veramente…”

“Dammi.” Lei per fare prima gli aveva preso direttamente la moneta dalla mano.”

“Solitamente si inserisce la moneta qui, vedi? In questo buco. Poi selezioni quello che vuoi… Cosa vuoi?” Lei aveva gli occhi neri, accentuati dall’ eye-liner. Di tutta la spiegazione Giamma non aveva seguito mezza parola. Si era limitato a fissarla imbambolato.

“Ma, sei italiano?” Gli aveva domandato lei ad un certo punto.

Lui si era riavuto di colpo

“Sì… ah, un caffè…”

“Come?”

“E che ne so… me l’ha chiesto quello lì fuori…”

Lei aveva sorriso di nuovo scuotendo la testa.

“Facciamo espresso, va…” Aveva detto lei schiacciando il tasto corrispondente mentre a Giamma sembrava di essere alla ruota di Ok il prezzo è giusto a sperare che uscisse il cento.

“Grazie.”

“Prego, adesso posso prendere anche io un caffè?”

“Certo.”

“Se ti sposti…”

“Ah, ovvio, beh…” Giamma aveva la faccia di chi non sa come dileguarsi se non in silenzio.

“Ciao.”

“Ciao.”

Poi a passo svelto era uscito di nuovo sulle scale dove si stavano assiepando sempre più capannelli, divisi rigorosamente per classe (anche sociale), appartenenza politica, gente che valeva la pena di frequentare, sfigati e, limitatamente alla categoria femminile, fighe e turche, intese come cessi.

“Oh, tieni.” Giamma aveva allungato il bicchierino all’altezza del naso del tipo.

“Ah, grazie… e se lo volevo macchiato?”

Giamma a quel punto aveva allargato le braccia in segno di resa, pronto a ricevere almeno un pugno.

“Si chiede sempre, primino, capito?”

“Ok…” Aveva risposto Giamma come di fronte ad una grande lezione di vita.

“Come ti chiami?” Gli aveva chiesto di colpo l’altro sollevando lo sguardo dalla pagina della serie B.

“Gianmarco.”

“Gianmarco e poi?”

“Mancinelli.”

“Sezione?”

“A.”

“Ah… e che cazzo fai qua a dieci alle otto? Non lo sai che la A inizia le lezioni un quarto d’ora prima e finisce mezz’ora dopo delle altre?”

Giamma era diventato pallido di colpo. Se fosse stato vero avrebbe voluto dire avere inanellato già cinque minuti di ritardo il primo giorno.

“Ma come? Ma sei sicuro? No perché a me avevano detto alle otto?”

“Ma va, la A inizia a un quarto… è sperimentale…”

“È sperimentale…” Aveva confermato quello del caffè dopo aver vuotato il bicchierino.

“E minchia, allora sono in ritardo?”

“Vedi tu.”

“Azz…”

Giamma era corso via con la stessa foga di quando si involava sulla fascia.

“Oh, ma che coglione, ma saranno tutti così quest’anno?” Aveva detto quello con la coda ritornando con lo sguardo alla Gazzetta. Quell’altro aveva semplicemente commentato con un rutto.

 

E voi? Vi ricordate il vostro esordio al liceo?

la domanda da sei milioni di dollari

Chi sta leggendo novantaquattro e più o meno mi conosce (comprese le amicizie nate da un stretta di mano su facebook per colpa di questo romanzo) tende a farmi sempre la stessa domanda.

Meglio, ce ne sono una serie ricorrenti, del tipo: quanto ci hai messo a scriverlo? Ma come fai a sapere che la casa editrice non ti ruba il manoscritto e non lo pubblica senza dirti niente? Ma hai dovuto pagare? Come si fa a pubblicare un romanzo?

Ma a parte queste, più di una persona mi ha fatto la stessa domanda… quale?

Beh, se state giá leggendo novantaquattro, forse avrete anche voi la stessa curiosità, e se non lo state ancora leggendo, potete rimediare qui 

 

date un senso a telegram

Avete scaricato telegram?

Ok, il resto del mondo usa whatsapp (e anche io) tuttavia telegram offre alcune funzioni in più, fra le quali i canali. Una sorta di newsletter, di blog, di rivista e di quotidiano a seconda della frequenza con cui l’amministratore invia nel mondo il suo messaggio (il trucco è non abusarne, io ad esempio mando un messaggio al giorno e nemmeno tutti i giorni, altrimenti si rischia di rompere un po’ le scatole).

Se vi va di dare un’occhiata al mio eccovi il link qua sotto. Si parla di novantaquattro, con leggerezza, voglia di cazzeggiare rimembrando gli anni 90, estratti, videoclip, e talvolta elucubrazioni mentali sballate..

vi aspetto..

https://telegram.me/novantaquattro

 

 

a proposito di novantaquattro (prime impressioni)

Novantaquattro è un romanzo piuttosto lungo: seicento pagine richiedono un po’ per essere lette, anche sotto l’ombrellone, senza contare che se lo state leggendo nella versione cartacea, dopo un po’ inizia pure a pesare in mano e vi fa anche venire i crampi.
Qualcuno è più avanti, qualcuno è più indietro, qualcun altro se lo sta tenendo per le vacanze e altri ancora hanno troppi libri arretrati da finire.
Almeno una persona, però, è quasi in dirittura di arrivo, alla svolta delle meno cento pagine e fino ad ora me ne ha parlato molto bene, del tipo:
Ieri sera la mia ragazza voleva vedere un film e io le ho continuato a dire per mezz’ora, aspetta fammi finire il capitolo…
E già questo basta.
Però, da persona intelligente qual’è (e trattasi di una conoscenza abbastanza recente, quindi crolla anche il vincolo dell’affetto che potrebbe influenzare il giudizio di chi non vorrebbe darmi un dispiacere stroncando il libro) ha inoltre sottolineato tre aspetti fondamentali del romanzo che speravo venissero colti dal lettore: la crescita e lo sviluppo dei protagonisti da gennaio a dicembre, lo stile di scrittura, sia nei dialoghi che sembrano davvero usciti dalle teste di ragazzini di quattordici anni, sia in generale nel racconto degli avvenimenti, un racconto coinvolgente di fatti spesso semplici e banali (e in fondo in novantaquattro non è che succede poi molto, come del resto in provincia non succede mai molto).
La terza adesso non me la ricordo ma appena mi viene in mente ve la dico…
Per ora, insomma, chi si è preso la briga di perdere del tempo fra le pagine di novantaquattro non la ha trovata una attività del tutto da buttare: se chi lo legge lo trova un buon prodotto è già una vittoria. Il resto sono fregnacce.
Come direbbe Giamma ad un certo punto del romanzo: noi non vogliamo vincere niente perché nemmeno i Sex Pistols hanno mai vinto niente…